Bimestrale - Edizioni Dedalo

Direzione

Carlo Bernardini e Francesco Lenci

Redazione

a cura di Galileo (Giovanna Dall'Ongaro, Roberta Pizzolante, Sandro Iannaccone)

Rubriche

Nicola Cufaro Petroni (Armamenti), Michele Emmer (Matematica e cultura), Waldimaro Fiorentino (Illustri sconosciuti), Lucia Orlando (Scienze a scuola), Giovanni Vittorio Pallottino (Hi-Tech), Marco Piccolino (Inattualità scientifiche), Roberto Satolli (Medicina), Massimo Trotta e Luigi Ceci (Protein data bank), Associazione Donne e Scienza, a cura di (Donne e Scienza), Andrea Capocci (Diritto d'ingegno), Bruno Codenotti (Follie della finanza).

Collaboratori

Laura Berardi, Anna Lisa Bonfranceschi, Luisa Bonolis, Stefano Canali, Carla Castellacci, Maria Antonietta Cerone, Andrea Frova, Chiara Lalli, Elisa Manacorda, Davide Mancino, Lorenzo Mannella, Mariapiera Marenzana, Tiziana Moriconi, Martina Saporiti, Caterina Visco.

Comitato scientifico

Attilio Agodi, Francesco Amaldi, Fernando Amman, Corrado Böhm, Alessandro Braccesi, Tullio De Mauro, Giorgio Di Maio, Cesare Fieschi, Andrea Frova, Giorgio Giacomelli, Danilo Mainardi, Ettore Molinari, Alberto Oliverio, Domenico Parisi, Giorgio Parisi, Mario Rigutti, Fabio Sebastiani, Nicla Vassallo.

4 - July 2013

» Anno 2013 , numero 4 - € 7,50

Editoriale

La buona condotta dei ricercatori

Pensiamo sia assodato che il valore e i benefìci della ricerca scientifica dipendano dal talento degli scienziati, ma forse non è immediato cogliere quanto la “buona condotta” dei ricercatori abbia importanza, tanto più in settori di grande impatto e valenza sociale, come la salute, la sicurezza nazionale, l’ambiente e lo sviluppo economico. Una delle cause principali di possibili “cattive condotte” in tutti i campi è – oggi molto di più che nel passato – la competizione sempre più accesa fra i ricercatori. Questo è certamente un problema generale, ma particolarmente serio nel nostro paese, nel quale, ormai da anni, in mancanza di un soddisfacente e costante finanziamento per la ricerca di base, i nostri ricercatori possono lavorare solo se hanno accesso a fondi di ricerca “esterni”, quasi sempre stanziati per progetti con forte carattere anche applicativo.

Più o meno in tutto il mondo la probabilità di ottenere finanziamenti dipende dal valore scientifico del ricercatore, di norma misurato dal numero di articoli, dall’impact factor delle riviste accreditate da referees di rango, dalla posizione del nome del ricercatore nell’elenco dei nomi degli autori (primo autore molto bene, ultimo autore ancora
bene, nel mezzo non bene) nonché dal numero di brevetti.
In un contesto fortemente competitivo, nel quale vale la regola del publish or perish, la falsificazione dei dati, l’attribuirsi risultati di altri, il banale copiare lavori altrui sono – ovviamente – esempi scandalosi di “cattiva condotta”, capaci di danneggiare l’immagine stessa della ricerca scientifica. Ma ci sono anche altri comportamenti scorretti e pericolosi, quali, primo fa tutti, invece che “tenere a bottega” gli studenti e i giovani ricercatori, avere disattenzione e scarso impegno nella loro formazione.

Nel 2011 si è tenuta a Singapore una conferenza internazionale dedicata a queste problematiche e che si è conclusa con il cosiddetto Singapore Statement on Research Integrity (www.singaporestatement.org) oggi adottato da un grande numero di istituzioni di ricerca. Il Singapore Statement, che costituisce il quadro di riferimento della Conferenza Internazionale sulla Research Integrity (Montreal, maggio 2013) consiste in quattordici raccomandazioni, basate su quattro principi fondanti: onestà sotto tutti gli aspetti, responsabilità nella condotta di ricerca, cortesia ed equità professionali, gestione responsabile nell’interesse di terzi. Tra le istituzioni che già hanno adottato il Singapore Statement c’è il CNRS francese, e ci sembra bene concludere riportando le raccomandazioni di Michèle Leduc, fisica al Laboratoire Kastler-Brossel, Ècole Normale Supèrieure a Parigi e presidente del Comitato Etico del CNRS: «Una corsa meno pazzesca per pubblicare ed un ripensamento dei metodi di valutazione da parte delle istituzioni di ricerca potrebbero riportare serenità nei nostri laboratori».

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